Gli Arcade Fire riflettono paranoie nel finestrino del volo Milano-Doha-Doha-Tokyo e stavolta non hai amici egiziani porzione singola coi quali scambiare conversazioni sconnesse su politiche rivoluzionarie e dittatori crollati. Sei dirottato dalle tue stesse ambizioni, le quindici ore di pellicole americane idiote non ti tolgono il sonno e il viaggio è un lungo trip disconnesso dove i sogni si mescolano alle paure e il breve scalo in Qatar è il preambolo del nuovo capitolo del Grande Viaggio, toast bruciati e sigarette fumate a stento, libri interrotti, facce sconosciute che brillano sotto le luci al neon dell'aeroporto zeppo di turisti stanchi e demoralizzati. Il Giappone arriva. Con calma. Ore e pasti minuscoli e vuoti d'aria e conversazioni oniriche scivolate nel vuoto geometrico dell'assenza di gravità.
L'aeroporto di Tokyo è un romanzo di Philip Dick, bus navetta che saltellano nello spazio, la perfezione dei giapponesi che ti costringe ad aprire gli occhi anche se sei devastato dal jet-lag. Benvenuto nella terra dei Senza Nome. Dopo l'India, sporca e brulla e vera, sei nell'arcipelago della precisione, attanagliato da inchini senza senso e "Mi scusi, mi scusi", e i tuoi sensi di colpa occidentali lievitano come la pasta della pizza. "Cosa ho fatto per meritarmi tutto questo?" ti chiedi, mentre una vecchietta ti cede il posto sulla metropolitana che ti traghetterà verso l'hotel. All'inizio è tutto facile. Non si fuma per strada. Si dorme per terra. Le scarpe si lasciano fuori dalla porta. Tokyo è un quartiere periferico. Poche macchine, pasticcerie minuscole, riusciamo anche a rimediare qualche caffè decente. Sono i primi due giorni. L'ambientazione è importante.
Poi arrivano Ginza, il quartiere stipato di lavoratori folli. Arrivano i tragitti in metro, milioni di giapponesi che si scontrano su binari paralleli, alcuni dormono in piedi, altri leggono saghe manga senza respirare per non inquinare l'aria, altri ancora si fissano negli occhi senza vedersi. Inizio a pensare di non essermi ripreso dal fuso orario. Poi c'è Shibuya, la via dei malati di shopping. Ragazzine addobbate come alberi di Natale pornografici schiodano lungo i marciapiedi costellati di giubbotti borchiati, guêpiere, poster di rockstar morte suicide, ologrammi e bambole samurai. Nessuno mi tocca. Per quanto ciondoli, stanco ed esterrefatto, perennemente scoordinato e in contromano, la folla mi evita. Schivano. Incredibilmente coordinati. Anche gli ubriachi strafatti di sakè da due soldi. Sembro un tossico. Ho la barba sfumata, un arcobaleno di peli arricciati, i capelli increspati dal sonno mancato. Osservo i ragazzi. Sono come i cartoni animati che guardavo da bambino. Con le stesse acconciature incredibili, esili e agili come ci hanno fatto vedere in tv. E' una festa dell'esibizionismo, nudo e crudo. Ma questa è una minuscola parte del Giappone. E' la schiera adolescenziale quella che slumo per le vie di Shibuya.
C'è un altro Giappone, devastato dalla sconfitta, abbattuto dalle calamità. Un Giappone cazzuto, ridotto all'osso dalla sfiga, che si è rialzato lentamente. Piegato e ammaccato, ma con la dignità del guerriero. La dignità e l'onore, sono questi i valori che permeano l'aria, come una calotta di pace e forza indistruttibili. I templi buddisti riempiono le strade, si sposano perfettamente con le insegne futuristiche da fine del mondo, i cartelloni in 3D, le sale giochi interstellari e i baracchini che vendono pesce fritto, oliato di soia e maionese. E' un miscuglio di idee esasperante e geniale. La pulizia e la puntualità sono svizzere. Non esistono i cestini, eppure non ci sono rifiuti per strada. Ogni cosa è perfettamente al suo posto. Ti vendono la birra all'automatico. Ovunque ci sono distributori di sigarette. Eppure non trovi mozziconi, nè lattine. Dev'esserci un doppio fondo, un cilindro nel quale al posto del coniglio svaniscono i rifiuti. Tokyo è cosi, un cocktail di tradizione e modernità, contadini sbucati da un film di Kurosawa e ragazze-cerbiatto che sfoderano l'artiglierà pesante per i centri commerciali, discendenti di antichi shogun pieni come scarpe e monaci buddisti osservatori del Santo Ottuplice Cammino, automobili elettriche e Lamborghini lucide come il marmo che sfrecciano all'unisono sotto ponti color avorio e castelli di legno, trappole ninja e vecchi negozi dell'usato, pescatori senza un soldo e venditori di elettrodomestici che si riciclano come portieri di hotel fantasma, strade deserte illuminate da lanterne e palazzi di Gucci che soverchiano una folla aliena.
La lenta discesa nelle viscere dell'Asia è appena iniziata. Teniamo botta, saldi alle Salomon bene allacciate e agli zaini stipati di libri e taccuini puzzanti di fritto, ma non è facile, qua sembra di volare e a volte ti viene il dubbio che l'immagine riflessa nel finestrino dell'aereo sia un ologramma, la tua identità persa dietro la maschera di una geisha, nell'acqua bollente delle onsen, sotto un tatami immacolato, ma forse è solo il jet lag che continua a farsi sentire.
Andrea Ventola
Matsumoto. Giappone
Passeggiando per le stradine ordinate, meticolosamente adornate di piante e fiori incredibilmente zen, incappiamo in un negozietto di penne stilografiche. Nella vetrinetta ci sono esposte numerose Mont Blanc e simili. Sono attratta soprattutto dai sigilli, sapientemente scolpiti. Mentre osservo la collezione scorgo il proprietario del negozio dietro una tendina, sta tornendo qualcosa ma non riesco a vedere di cosa si tratta. Non parla una parola di inglese, gli indico il laboratorio e mi mostra una penna in lavorazione: è un artigiano di penne stilografiche, acquista una base neutra nera e poi le decora e personalizza con pietre preziose e madre perla. Ad alcune riviste nelle quali appaiono le sue opere affianca gli originali per spiegarci che quelle sono proprio le sue. Sono vere opere d'arte. I prezzi variano da 50'000 yen (ca. 500 euro) le più semplici a 200'000 yen (ca. 2'000 euro) le più elaborate. Chiediamo il suo biglietto da visita e ci congediamo, sono souvenir troppo cari per le nostre tasche.
I giapponesi hanno la passione per i timbri. In ogni stazione, museo, hotel sono a disposizione degli interessati i timbri della località e ovviamente io li sto collezionando, non me ne scappa uno. Prima di lasciare il Giappone faremo incidere il nostro sigillo. Al mercato di Matsumoto troviamo anche i timbri per i dolci, è infatti abitudine dei pasticceri marcare le proprie opere dolciarie con il loro timbro di riconoscimento.
Siamo a Udaipur, la "Venezia d'Oriente". Un tempo capitale dell'impero Mughal, la città è famosa oltre che per il palazzo più grande del Rajastan anche per le sue miniature. La città è molto turistica, e dopo due settimane di India "pura" senza quasi traccia di occidentali è quasi uno shock. La città vecchia pullula di bancarelle che vendono vestiti, biglietti di viaggio, miniature e gioielli. Capire chi è davvero portato per quest'arte è un'impresa, mi affido al caso e mi fermo da quello che mi sta più simpatico. Gli spiego che sono interessata alla tecnica, e mi racconta tutto davanti ad una tazza di chai. I pennelli che vengono utilizzati sono fatti a mano con i peli della coda degli scoiattoli (l'India ne è piena), la punta del pennello è finissima. Le miniature vengono fatte su diversi supporti, i più comuni sono la seta e la carta, meglio se fatta a mano o proveniente da vecchi libri, oppure su foglie di palma. Ho visto versioni orribili anche su plastica. La seta viene appoggiata su un supporto rigido e pennellata con l'acqua del riso bollito in modo da renderla più rigida e meglio lavorabile.Una volta pronto il supporto si colora lo sfondo, poi si disegnano grossolanamente i contorni delle figure, si riempiono con colori piatti e poche sfumature, e infine si fanno tutti i dettagli e i contorni con il pennello fine. Mentre il mio nuovo amico Rakesh mi disegna un elefantino portafortuna su un unghia, per mostrarmi la sua abilità, mi svela che per ottenere l'effetto invecchiato sulle cartoline esposte basta immergerle nel te nero o nel caffè.Le miniature sono dipinte tutte con colori naturali in polvere mischiati con resina. Spesso l'oro viene sostituito con il bronzo, meno costoso, o direttamente col giallo, ovviamente ottenendo un effetto meno prezioso.
Le miniature riprodotte o inventate dai miniaturisti moderni di Udaipur imitano lo stile Rajput, uno stile sviluppatosi durante il 18esimo secolo nelle corti reali del Rajputan. I temi sono eventi epici come il Ramayana e il Mahabharata, la vita di Krishna, paesaggi e scene d'amore e di vita di corte. Spesso adornavano libri di testo, ma erano anche dipinte sui muri dei palazzi e sulle havelis. Oggi nelle bancarelle di Udaipur è davvero difficile trovare qualcosa di bello, per lo più vendono quadretti con i simboli delle 3 città del Rajasthan: il cammello, il cavallo e l'elefante.
Compro una miniatura con una scena romantica e 4 cartoline di poca fattura solo perché mi piace l'effetto invecchiato.
Avremmo voluto lasciare Udaipur per mete meno turistiche e proseguire la nostra ricerca sulla stampa in direzione di Bagru. Purtroppo da Pushkar dobbiamo rientrare a casa. Interrrompiamo il viaggio per qualche settimana e pensiamo di ripartire dal Giappone. L'India è stata un'esperienza dura, forse ci ritorneremo per visitare le tappe che avevamo programmato, ma per il momento no, abbiamo bisogno di elaborare tutto quello che abbiamo visto e vissuto e ritornarci con maggior consapevolezza.
Un abbraccio
Elena
Seduti nell'ombra, sotto il tetto di paglia dell' O' Coqueiro, a Diu, isolotto di mare pieno di turisti stanchi e cani randagi magri fino all'osso, resistiamo al caldo incessante del sole indiano, temperatura superiore ai 30 gradi, ma non umido, la camicia che non si inzuppa di sudore e il cervello che rotola sul tavolo, fra bottiglie d'acqua e sigarette Golden Flake comprate per meno di 50 rupie. Mangiamo pancake alla Nutella, ci godiamo il momento prima di rituffarci nel traffico, a bordo di un autobus notturno che ci trasporterà verso Kaatch, stipati nel loculo sopraelevato dove proveremo a dormire nonostante l'odore di spazzatura e calzini sporchi e niente ammortizzatori. E' il dodicesimo giorno. L'India ci ha accolto fra le sue braccia ossute, colorate di sari e occhi scuri come il fumo, ci ha stretto nella sua morsa di spezie e povertà infinita, mendicanti che tossiscono grumi di catarro coltivato nello stomaco per giorni, e bambini che ti chiedono soldi e penne e una foto ricordo che non avranno mai. Mumbai è un apocalisse di sogni e strattoni, palazzi sfarzosi e caldo asfissiante, vicoli oscuri traboccanti di generosità riflessa nelle pozzanghere, e bisogna stare attenti più' alle zanzare portatrici di malaria che ai furti, perché gli indiani non rubano ma chiedono, ti aiutano a trovare la strada ma cercano di fregarti sul prezzo da pagare, ti aprono la porta di casa e dei templi, ma vedono i turisti come accozzaglia di carne bianca venuta a imbrattare il suolo sacro della loro terra. E' pieno di ragazzi, tutti bellissimi. Hanno in tasca le foto dei divi di Bollywood, attori che emulano nei gesti e nelle pose, sono tutti perfettamente pettinati e puliti nonostante la sporcizia che segna le città come una cicatrice globale. Bruciano l'immondizia in strada e l'odore ti segue, non puoi sfuggirgli, devi tapparti il naso con la maglietta, o comprarti uno di quei fazzoletti che usano loro per coprirsi mezzo viso, come i banditi del vecchio Far West. Gli alberghi costano poco. A Mumbai ci va male e siamo costretti a sborsare 800 rupie per una stanza, bagno in comune con altri backpackers. Ad Amdavad finiamo in un quartiere povero, perpendicolare alla main street che si snoda lungo la città. Bambini e ragazzi e uomini ci assalgono e ci mostrano il loro tempio di famiglia, vogliono giocare a cricket (qui è lo sport nazionale e non c'è televisione che non sia sintonizzata sul canale sportivo) e ci offrono da mangiare e da bere. Il giorno dopo, alla moschea, un uomo mi fa da guida spirituale. Gli mancano dei denti, mani e piedi coperti di nero. Devo chinarmi, a leccare zucchero da alcune ciotole poste nel cortile interno. Mi mostra come si fa. Lecco tre volte, dalle tre ciotole. Serve a purificare l'anima. Poi devo bere dell'acqua da un'altra ciotola, esattamente come gli altri. Una sorsata lunga, potente. Poi entro e mi inginocchio. Prego. Quando mi alzo, il mio mentore è dietro di me, seduto, che aspetta in religioso silenzio. Usciamo e mi metto a parlare con un vecchio, barba e capelli bianchi lunghi, magrissimo e sorridente, ha della frutta davanti a sé, che seguita a lavare. Parliamo di Dio. Arrivano altri fedeli, sono incuriositi dalla nostra presenza. "Italians, they're italians". Osservo un ragazzo seduto ai bordi di una piscina interna al cortile, acqua verde e pesci che sembrano girini. Si sciacqua il viso, mani e braccia. Più' volte. Mi metto seduto accanto a lui, tolgo i calzini e mi purifico il corpo, spruzzandomi l'acqua fresca mentre Elena prega insieme ad altre donne fuori dal tempio. Le donne non possono entrare. Amdavad è diversa dalle altre città. Palitana, ad esempio, è una cittadina polverosa, seduta nel deserto. Ogni cosa è cenere, gli sguardi e le camicie inzuppate dal sole, le bancarelle tutte identiche, ragazzi e uomini che si voltano appena passiamo accanto a loro. L'albergo è pulito, il cesso è una latrina militare e l'attacco spasmodico di dissenteria ci coglie impreparati, ma resistenti. Non esiste lo sciacquone, Riempiamo secchi d'acqua, e la rovesciamo nel water. Qui, a Palitana, funziona così. I lussi e i comfort ai quali eravamo abituati sono svaniti come i semi di cetriolo comprato al supermercato, annegati nella melma liquida del nostro stomaco. Il cibo è prevalentemente vegetariano. L'odore di cumino ci nausea, almeno quanto quello di spazzatura bruciata. Non disponiamo quasi mai di una connessione internet. La tecnologia qui è rimasta agli anni Novanta. Si fa ancora tutto con carta e penna, i rotoli di banconote legati nella tasca interna dei pantaloni, le scarpe che calpestano il suolo sabbioso, le mutande rovesciate al contrario ogni due giorni, gli indumenti lavati quando si può. Ogni cosa è dimenticata, arsa viva dal sole, e noi continuiamo lungo il cammino, gli occhi riparati dal palmo della mano, proseguiamo la nostra marcia inesorabile verso Nord, senza lasciare nulla dietro di noi. Namasté.
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Giornale di Syndicom, 09 marzo 2012 - Una famiglia di artisti del blu indaco (India, Gujarat)


